Photography is Black Light

Memorie Dimenticate

Questa serie di scatti nasce dal desiderio di restituire memoria storica a quei luoghi abbandonati che si trovano sparsi, come tessere di un mosaico spezzato, sul territorio italiano.
Le fotografie sono state realizzate nell’ex Ospedale Psichiatrico Antonini di Mombello, a Limbiate.

Si tratta di una grande struttura sanitaria, ancora parzialmente ben conservata, nonostante il lungo stato d’abbandono, all’interno di un ampio parco in cui sono stati recuperati tre edifici dove oggi trovano posto un centro anziani, una scuola di formazione per medici e infermieri e uno spazio per le associazioni.

Nell’800 era conosciuta come la “Villa di Napoleone”, perché lì fissò la residenza l’Imperatore francese durante la campagna d’Italia. Un secolo più tardi, la settecentesca Villa Pusterla-Crivelli e il suo grande parco furono trasformati nell’Ospedale Psichiatrico Giuseppe Antonini, noto a tutti come il “manicomio di Mombello”.
Per 130 anni Villa Crivelli divenne così una casa di cura per malati di mente che nel 1960 arrivò ad ospitare più di 3000 pazienti, guadagnandosi l’appellativo di “colosso dei manicomi italiani”.
In seguito alla legge Basaglia, l’intera struttura venne poi lentamente abbandonata, versando nel degrado in cui è stata fotografata.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Il mistero di Benito Albino

Il 26 agosto 1942 nell’Ospedale Psichiatrico di Mombello muore un giovane di 26 anni in circostanze misteriose. La sua morte viene immediatamente comunicata a Mussolini.
Perché? Da questa domanda è partita un’indagine storica (ad opera di due documentaristi italo-americani, Fabrizio Laurenti e Gianfranco Norelli) che ha portato alla luce la triste vicenda del figlio segreto del Duce.

Nel 1913 Mussolini ebbe un’appassionata storia d’amore con una ragazza trentina, Ida Dalser. Due anni dopo, nel novembre del 1915, la donna diede alla luce un figlio, che fu chiamato Benito Albino Dalser, con il cognome della madre, perché quando il bambino nacque Mussolini aveva già da tempo interrotto la sua relazione con la Dalser, tant’è che nel dicembre di quello stesso anno sposò Rachele Guidi. Tuttavia nel gennaio del 1916 Mussolini riconobbe legalmente da un notaio a Milano Benito Albino come proprio figlio naturale. Da quel momento in poi il bambino visse con la madre fino a quando quest’ultima, nel 1926, non fu fatta internare in manicomio, proprio ad opera di Mussolini, che intendeva così metterla a tacere dato che lei non aveva mai rinunciato a proclamarsi legittima consorte del Duce.
Ida Dalser fu ricoverata inizialmente dalle parti di Trento e poi a Venezia, dove morì nel 1937, dopo un disperato tentativo di fuga alla ricerca del figlio, conclusosi però con un nuovo arresto.

Nel 1932 Benito Albino fu adottato (su richiesta di Mussolini), da un fedelissimo del regime, il trentino Giulio Bernardi, che gli diede anche il proprio cognome. Dopo il ricovero coatto della madre in manicomio, il ragazzo non riuscì mai più a rivederla, e questo provocò in lui il desiderio costante di essere riconosciuto dal suo vero padre, ma Mussolini non si occupò mai direttamente del giovane, e usò come intermediario il fratello Arnaldo, che ebbe nei confronti del nipote un atteggiamento affettuoso.

Nel 1934 Benito Albino, dopo aver frequentato l’Accademia Navale di La Spezia, si imbarcò per la Cina insieme al nipote di Giulio Bernardi, Giacomo Minella (testimone fondamentale per la ricostruzione storica della vicenda). Qui ricevette la (falsa) notizia della morte della madre, che gli provocò una profonda sofferenza, che fu intenzionalmente scambiata per pazzia (secondo un preciso piano teso a far definitivamente scomparire la sua figura dalla vita civile, poiché la sua esistenza rappresentava un potenziale scandalo per Mussolini, che decise così di farlo sparire proprio come aveva fatto anni prima con la madre: internandolo in manicomio), tanto che venne disposto l’immediato ricovero nel manicomio di Mombello. Prima di essere trasferito all’Ospedale Psichiatrico Antonini fu anche costretto a dichiarare di essere figlio di padre ignoto. Qui rimase forse qualche anno (mancano documenti più precisi sul suo ricovero), durante cui peggiorò progressivamente (com’era inevitabile per un giovane sano di mente rinchiuso forzatamente e costretto a vivere tra i deliri delle malattie mentali), fino a morire solo e dimenticato da tutti, dopo un lungo periodo di stenti e in circostanze misteriose, nell’agosto del 1942.

Si pensa che i resti del giovane siano ancora sepolti in un’area del cimitero di Limbiate destinata a fossa comune e riservata a coloro che morivano in manicomio.
I documentaristi Laurenti e Norelli ne hanno dato anche le coordinate: sepoltura 931, campo B, sezione 3, ma questi dati devono ancora essere confermati e approfonditi.

Mombello è un luogo estremamente suggestivo, in cui ogni luce e ogni ombra che scivola sulle pareti delle stanze di questo ex ospedale, racconta un po’ della storia, delle speranze e della disperazione dei malati che lì vi hanno soggiornato.
Ho voluto immortalare con la fotografia, come sul nastro di un registratore, il racconto sussurrato del silenzio di quelle mura, dove i ricordi di ciò che è stato sono ovattati di polvere, macerie e vetri rotti, ma nonostante il tempo, sono ancora lì, e non sbiadiscono.

Questo reportage è stato fra i più suggestivi che ho realizzato. Era un pomeriggio di piena estate.
Dentro la struttura regnava un silenzio irreale, un’inquietudine immobile. La luce filtrava dai vetri rotti delle finestre, delle porte, illuminando a sprazzi i lunghissimi corridoi avvolti nel buio dell’oblio.
Mentre fotografavo ho sentito dei rumori indefiniti, strani, provenire forse da uno dei corridoi o da uno dei piani superiori. Sembravano passi, ma era come se fossero sospesi a mezz’aria. Data l’ampiezza della struttura poteva senz’altro esserci qualcuno lì oltre a me in quel momento, eppure l’unica cosa che sentivo era solo questo rumore, comparso all’improvviso, ovattato, strisciante.
Ho fotografato molti altri luoghi abbandonati, ma questa sensazione d’inquietudine crescente e incombente l’ho percepita in modo così netto solo qui.
Forse era suggestione, o forse no.
Certi misteri non sono fatti per essere svelati.

Antonini 2.0

Limbiate, 27 Ottobre 2013 – 3.48 p.m.

A due anni esatti dal primo reportage, sono ritornata a Mombello per girare un video su quello che un tempo è stato definito “il colosso dei manicomi italiani”, l’ex Ospedale Psichiatrico Antonini.
Normalmente, quando realizzo un reportage, non ritorno più una seconda volta “sulla scena”, ma in questo caso ho fatto un’eccezione: all’Antonini sono particolarmente legata perché è stato il primo reportage di archeologia industriale che ho realizzato.
E’ un luogo ricco di storia e ricco di storie oscure questo, storie sepolte fra gli alberi piangenti e paludosi del grande parco che lo circonda, storie nascoste dietro le porte divelte dei lunghi corridoi o tatuate sui muri sporchi di lacrime e tempo perduto.

Ho ritrovato i padiglioni dell’ex Antonini come li avevo lasciati: sempre permeati di quell’atmosfera impercettibile di qualcosa che incombe e osserva, senza essere visto.
Ma ho anche trovato qualcosa che non m’aspettavo: un via vai di gente che armata di videocamere e macchine fotografiche professionali allestiva set improvvisati per girare cortometraggi di genere splatter-horror o videoclip musicali. E ancora, gente che girava per le stanze del padiglione in cerca di fenomeni paranormali in compagnia dell’ormai celebre strumento sdoganato da famose trasmissioni tv di genere: il K2 EMF Meter, ovvero il misuratore di campi elettromagnetici, che serve appunto a rilevare anomalie elettromagnetiche generate da presunte entità in luoghi in cui è assente l’elettricità e ogni altra forma di elettromagnetismo indotto da fonti interne ed esterne.
Con una certa sorpresa ho notato che la moda del “Ghost Hunting” sta dilagando, ma spesso viene presa come un gioco, e questo è un approccio non corretto.

Al mio arrivo a Mombello, ho trovato uno dei padiglioni dell’ex Ospedale Psichiatrico completamente imbrattato di una sostanza molto simile al sangue fresco: ne erano sporche le foglie della porzione di parco antistante il padiglione, le vetrate, i muri interni, parte del pavimento dei corridoi del piano inferiore e superiore e anche alcuni vecchi materassi ammassati in una stanza.
Su alcune pareti, poi, troneggiavano le solite scritte e i soliti simboli inneggianti a Satana, al Diavolo e compagnia cantante. L’insieme di tutte queste cose creava una visione estremamente macabra e impressionante.
Chiedendo in giro notizie su cosa fosse successo, mi è stato detto che si trattava di sangue finto di scena perché era da poco stato girato un videoclip.

Mi è molto dispiaciuto vedere il padiglione sporcato e profanato in quel modo, perché io penso che  certi luoghi, anche se abbandonati, cadenti, fatiscenti, vadano comunque sempre rispettati, perché sono posti che hanno assorbito la disperazione e la malattia, fisica e mentale, di chi negli anni vi è stato rinchiuso, ed aggiungere altra negatività, enfatizzando con trucchi cinematografici sentimenti di paura, orrore, rabbia et similia, può essere molto pericoloso perché si vengono a creare delle “Egregore”, cioè degli “insiemi energetici”, frutto di pensieri fissi (negativi o positivi) di una o più persone, che col tempo finiscono per avere vita propria: e più il tempo passa, più l’Egregora diventa forte, perché derivante da una concentrata attività psichica ricorrente, conscia o inconscia.
Naturalmente le Egregore (o Golem se generate da una sola persona) possono essere sia negative che positive, a seconda che il pensiero o i pensieri ricorrenti che le hanno create siano negativi o positivi, ma se in un luogo come un ex ospedale psichiatrico abbandonato, già permeato di per sé dalla negatività dei malati che lì hanno vissuto, vengono esaltati i sentimenti di paura, disperazione, smarrimento, odio e orrore che già fanno parte del substrato di posti come questo, può accadere che si crei un rischioso “effetto eco” difficile da fermare o da evitare: le entità energetiche (Egregore) che si formano dai sentimenti di terrore e angoscia provati da chi, entrando lì, vede scritte sataniche sui muri e tracce di sangue (finto) quasi ovunque, possono diventare talmente forti e potenti da nutrirsi dell’energia psichica degli ignari visitatori, lasciandoli poi svuotati e con una negatività addosso che in seguito tendono a trascinarsi anche nella vita di tutti i giorni, difficile da riconoscere ed eliminare.
Un po’ come accade quando si fanno sedute spiritiche improvvisate, per gioco o per noia. Può essere molto pericoloso.

Le riprese video e di shooting sono durate due ore e mezzo, e sono terminate con il crepuscolo.
Durante alcuni scatti finali realizzati nei pressi di altri padiglioni dell’imponente ex complesso psichiatrico, chi era con me ha avvertito un’improvvisa e crescente sensazione inspiegabile di disagio, un disagio tale da indurlo ad allontanarsi temporaneamente dalla zona.

Segno, forse, che era davvero giunto il momento di restituire l’Antonini, con tutti i suoi misteri, ai fantasmi silenziosi che da sempre abitano questo luogo.

Katia Celestini

Copyright © 2013 Katia Celestini. Tutti i diritti riservati

Credits: Carlo Vavassori per l’editing video

Annunci

I commenti sono chiusi.