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Nekyia. L’evocazione dei morti

Prima dell’Inferno dantesco, prima degli arcani trattati di demonologia e di magia nera c’erano i poemi omerici. C’era l’Odissea, con la più antica descrizione, per il mondo occidentale, di necromanzia.
Solo fantasia, o anche verità?

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“Mentre la nave correva sul mare
il sole tramontò e tutto si tinse d’ombra:
eravamo giunti ai confini dell’Oceano profondo.
Là sono il popolo e la città dei Cimmeri,
che sono sempre avvolti da nuvole e nebbie:
mai il sole splendente li guarda con i suoi raggi,
né quando sale nel cielo stellato,
né quando volge dal cielo al tramonto,
ma un’eterna notte tremenda grava sui mortali infelici.
Qui arrivati, approdammo e sbarcammo le bestie:
poi andammo lungo il corso di Oceano,
finché fummo al luogo indicato da Circe.

[una bassa spiaggia con boschi sacri a Persefone,
alti pioppi e salici dai frutti che non maturano:
qui in Acheronte il Piriflegetonte si getta e il Cocito,
che è un braccio dell’acqua di Stige,
e c’è una roccia all’unione dei due fiumi sonanti.
Qui dunque si scende nelle case putrescenti dell’Ade.

Odissea X].

Perimede ed Euriloco fermarono in quel punto le vittime.
Io, tratta l’aguzza lama lungo la coscia,
scavai una fossa di un cubito,
in un senso e nell’altro,
e versai intorno ad essa un’offerta per tutti i defunti,
prima di latte e miele, dopo di dolce vino,
poi una terza di acqua: la cosparsi di bianca farina di orzo.
Feci voto con fervore alle teste esangui dei morti di immolare,
giunto ad Itaca, in casa,
la migliore vacca sterile e colmare di doni opulenti il rogo,
e d’immolare a Tiresia, a lui solo,
un montone tutto nero,
quello che nelle mie greggi eccelleva.

Dopo aver supplicato le stirpi dei morti con voti e preghiere,
prendendo le bestie tagliai loro la gola sopra la fossa:
scorreva sangue nero fumante.
S’affollarono fuori dall’Erebo le anime dei morti.
Donne, giovani, vecchi e soldati uccisi in battaglia
s’aggiravano in folla attorno alla fossa,
di qua, di là, si pigiavano con grida raccapriccianti:
verde orrore mi prese.
Allora ordinai ai compagni, incitandoli,
di scuoiare e bruciare le bestie
che giacevano uccise dal bronzo spietato e pregare gli dei,
Ade possente e la tremenda Persefone,
e intanto, tratta l’aguzza spada lungo la coscia,
mi appostai e impedii che le teste esangui dei morti
si avvicinassero al sangue,
prima d’interrogare Tiresia.

Venne per prima l’anima del mio compagno d’armi Elpenore:
noi due così scambiando tristi parole sedevamo;
io da una parte sul sangue tendevo la spada,
e l’ombra del mio compagno molto parlava dall’altra.

Venne poi l’anima della madre mia, Anticlea.
Vedendola piansi e nell’animo ne ebbi pietà:
ma neppure così, benché amaramente straziato,
la lasciai accostare al sangue prima d’interrogare Tiresia.

Infine venne l’anima del tebano Tiresia,
con uno scettro d’oro, e mi riconobbe e mi disse:

‘Divino figlio di Laerte, ingegnoso Odisseo,
perché mai infelice, lasciando la luce del sole,
sei venuto a vedere i morti e questo lugubre luogo?
Allontanati dalla fossa, ritira la spada affilata,
perché beva di questo sangue e poi il vero ti dica’.

Così parlava e io, ritirandomi,
la spada a borchie d’argento rimisi nel fodero;
lui bevve il sangue nero,
poi finalmente mi parlò con queste parole, il profeta glorioso:

‘Desideri un dolce ritorno, splendido Odisseo,
ma faticoso te lo farà un dio, che con te è in collera
perché gli accecasti suo figlio.
Ma anche così, pur subendo sventure,
potrete arrivare ad Itaca. Per te la morte verrà fuori dal mare,
così serenamente da coglierti vinto da una serena vecchiezza:
intorno avrai popoli beati. Questo con verità ti predico’.

Disse così ed io rispondendogli dissi:

‘Tiresia, l’hanno filata gli dei questa sorte;
ma un’altra cosa ora dimmi, e parla sincero.
Vedo qui l’anima della madre mia morta,
che sta presso il sangue, muta,
e non osa guardare in volto suo figlio e parlargli:
Dimmi, o signore, come potrà riconoscermi?’

Così chiedevo e subito rispondendomi disse:

‘Una facile risposta posso darti e porre nell’animo:
chiunque dei morti defunti tu lasci avvicinarsi al sangue,
ti dirà cose vere;
chi invece terrai lontano, tornerà indietro’.

E così detto l’ombra rientrò nella casa dell’Ade,
l’ombra del sire Tiresia, dopo che m’ebbe detto il destino.

Ma io rimanevo lì fermo, finché sopraggiunse mia madre
e bevve il sangue nero fumante.
Subito mi riconobbe e piangendo mi rivolse fugaci parole:

‘Figlio, come sei giunto nella tenebra fosca da vivo?
Tremendo per i vivi vedere queste cose!
Ci sono grandi fiumi di mezzo e terribili vortici,
e anzitutto l’Oceano che a piedi non si può traversare,
se non hai una nave ben costruita.
Arrivi qui ora da Troia,
avendo vagato gran tempo con la nave e i compagni?’

Disse così ed io rispondendole dissi:

‘Madre mia, il bisogno mi ha condotto nell’Ade,
a interrogare l’anima del tebano Tiresia.
Ma dimmi una cosa e parla sincera:
quale fato di morte spietata ti vinse? Una lunga malattia?
O Artemide saettatrice, colpendoti con i suoi miti dardi ti uccise?’

Così chiedevo e subito mi rispondeva la madre sovrana:

‘Non fu l’abile saettatrice che in casa,
colpendomi con i suoi miti dardi, mi uccise,
né mi venne una qualche malattia, ma il rimpianto di te,
il tormento per te, splendido Odisseo,
l’amore per te m’ha strappato la dolcissima vita…’

Così parlava:
e io volevo stringere l’anima della madre mia morta.
Tre volte tentai e mi spinse ad abbracciarla il mio animo,
e tre volte mi volò via dalle mani,
simile a un’ombra o a un sogno:
diveniva sempre più acuta la mia pena nel cuore,
e parlando le rivolsi fugaci parole:

‘Madre, perché fuggi mentre voglio abbracciarti
per saziarci di gelido pianto ambedue,
gettandoci anche nell’Ade, le braccia intorno?
O questo è un fantasma che la lucente Persefone manda
perché io soffra piangendo ancora di più?’

Così dicevo e subito mi rispondeva la madre sovrana:

‘Ohimè, figlio mio, fra gli uomini tutti il più misero…
non t’inganna Persefone figlia di Zeus;
questa è la sorte degli uomini, quando uno muore:
i nervi non reggono più le ossa e la carne,
ma la furia violenta del fuoco ardente li disfa,
appena la vita abbandona le bianche ossa e l’anima,
come un sogno fuggendone, vaga volando.
Ma tu cerca al più presto la luce;
però tutto qui guarda,
per raccontarlo al più presto a tua moglie’.
[Odissea XI]

Il misterioso paese dei Cimmeri, nero regno dell’Oltretomba

Il termine greco Nekyia (νέκυια, der. di νέκυς, forma arc. di νεκρός “morto”) indicava un rito magico con cui si entrava in contatto con le anime dei morti per chiedere loro auspici e presagi per il futuro.
Il Canto XI dell’Odissea è anche detto “Nekyia” proprio perché qui il rito viene compiuto per evocare l’anima dell’indovino Tiresia affinché fornisca ad Odisseo indicazioni sul suo ritorno in patria e sul suo destino futuro.
Questo episodio omerico è considerato la Nekya per eccellenza (altre due Nekye si trovano in Odissea XXIV e in Eneide VI).

Odisseo e i suoi compagni per giungere negli Inferi seguono le indicazioni fornite dalla Maga Circe:
navigano per un giorno lungo il fiume Oceano, fino a raggiungere le coste di Persefone, basse e dense di pioppi e salici: qui si trova la tenebrosa terra dei Cimmeri, una popolazione leggendaria che viveva al confine crepuscolare dell’Oceano, nell’Occidente estremo.
Un luogo remoto, tetro, buio, avvolto da nebbie perenni e da un’oscurità eterna in cui non compariva mai il sole e che si trovava proprio all’ingresso dell’Oltretomba (nella tradizione greco-romana il regno dei morti era un vero e proprio luogo fisico, a cui si poteva accedere in terra da alcuni luoghi impervi, difficilmente raggiungibili o comunque segreti e inaccessibili ai mortali.
Per i greci, uno di questi accessi agli inferi era il paese dei Cimmeri, per i romani, invece, uno degli ingressi infernali si trovava vicino al lago dell’Averno).

Approdati in riva al fiume Oceano, Odisseo e i compagni si recano a piedi alle case “ammuffite” di Ade, attraversando l’Acheronte, in cui sfociano il Piriflegetonte e il Cocito, che è una diramazione dello Stige. Qui scavano una fossa sacrificale, dentro cui versano le offerte per i defunti, le quali devono penetrare a fondo nel terreno per poter raggiungere i morti negli Inferi e richiamarli in superficie. Le anime si trovano infatti ammassate nell’Erebo, l’oscura profondità nel centro della terra, rivolta ad Occidente.

Le offerte consistono in latte, miele, vino e acqua, cosparse di farina d’orzo, sopra cui vengono poi sacrificati una pecora nera e un montone: proprio il sangue delle vittime, infatti, è il veicolo che attira le ombre che, bevendolo, riacquistano il ricordo della loro vita mortale, recuperando anche la capacità di riconoscere e vedere Odisseo, che fa ancora parte del mondo dei vivi.
Il sangue, dunque, è il collegamento tra vivi e morti, linfa vitale per entrambi.

{qualcosa di simile accade anche nei rituali di magia nera brasiliana della Quimbanda, che è la forma di magia più oscura della Macumba, all’interno della quale esiste una terribile società segreta, “la Società degli Egum”, in cui gli adepti praticano proprio la necromanzia, l’arte di evocare le anime dei morti per conoscere da loro il futuro o per usarli a scopi magici e di vendetta. Chi tradisce il segreto di questa setta viene condannato ad una morte orribile e nell’aldilà diventa un “ganga”, un demone servitore di Exù, il Diavolo}.

Stato dell’anima dopo la morte

E’ la madre di Odisseo, Anticlea, a svelare e descrivere al figlio la condizione dell’anima dopo la morte: l’anima che lascia il corpo dopo la morte diventa un “eidolon” (εἴδωλον), una sorta di fantasma evanescente, un “soffio caldo” che può apparire in sogno ai mortali, ma non ha forze vitali e neppure una coscienza.
Il legame tra vivi e morti, però, non si interrompeva mai del tutto, perché si credeva, sia in Grecia che a Roma, che le ombre tornassero, in alcune circostanze particolari e soprattutto in determinati giorni dell’anno (festività), fra le strade e le case delle città dei vivi, e che fosse necessario assicurarsene la benevolenza con sacrifici, cerimonie religiose e offerte di vario genere.

Le anime sono prive di consistenza e non hanno contatti materiali con nessun elemento del mondo infernale che le circonda, e tantomeno possono essere toccate dai mortali. Attraverso il rito della sepoltura, indispensabile perché l’anima possa raggiungere l’Ade, i morti si ritrovano sotto forma di pure ombre incorporee a soggiornare in eterno nel regno dell’Oltretomba, una sfera fisica oscura, sotterranea e misteriosa. Un mondo vago, cupo e tenebroso, dove non c’è distinzione tra ombre buone e malvagie né assegnazione di pena o di premio in base alle colpe o ai meriti terreni.
Qui l’anima vegeta priva di coscienza, non vi sono né odio né amore, e anche i bambini perdono completamente ogni identità e si presentano solo come anonime masse indifferenziate, che si annunciano con gemiti e lamenti inarticolati.

{qualcosa di molto simile agli zombie della moderna letteratura}.

Verità o Leggenda?

Qualcuno ha pensato che il misterioso popolo dei Cimmeri descritto da Omero fosse da localizzare nei dintorni di Cuma, dove sarebbe esistito un ingresso al mondo ctonio.
Riguardo al Regno di Ade, infatti, nell’Odissea si parla quasi sempre di “case” o di “porte”, e proprio questo dettaglio avrebbe suggerito l’idea di una città (sotterranea?) realmente esistita.

Non solo finzione letteraria quindi?

Sappiamo che esistono numerose cavità sulla terra, alcune enormi, profondissime e inesplorate che potrebbero anche condurre a dei cunicoli sotterranei somiglianti alla comune idea di “Inferno”, oppure, potrebbero tutti convergere e portare alla leggendaria città sotterranea di “Agarthi” o “Shambhala”, nascosta all’interno dell’Asia centrale e descritta in un racconto di Emerson.

La stessa città di Troia nell’Iliade, che si è sempre considerata come una pura invenzione, è stata invece effettivamente scoperta da Schliemann il 4 agosto 1872, sulla collina di Hissarlik, in Anatolia, sulla sponda asiatica dello Stretto dei Dardanelli.
E sulla base delle narrazioni contenute nell’Iliade, Schliemann scoprì anche il “Tesoro di Priamo” (quello che il re troiano, secondo il racconto di Omero, aveva nascosto prima della distruzione della città): più di 8.700 gioielli d’oro nascosti in un recipiente di rame a 10 metri di profondità, alla base delle mura ciclopiche della Troia omerica.
Ma gli straordinari ritrovamenti di Schliemann non si fermarono qui, perché, sempre usando i poemi omerici come guida, si recò a Micene e all’interno della cinta muraria riuscì ad individuare l’agorà e una serie di tombe dei sovrani micenei in cui rinvenne gioielli, armi, utensili e anche la famosa “maschera d’oro di Agamennone” che ritraeva il volto del leggendario sovrano narrato nell’Iliade.

Non solo fantasia e immaginazione, dunque, nei racconti dell’antichità che gli aedi tramandavano all’inizio oralmente e poi, con l’avvento dell’alfabeto, anche in forma scritta.
Si trattava di riti e tradizioni che facevano parte della cultura popolare e che i poeti mantenevano in vita per le generazioni future tramandandole nelle loro opere, che non erano quindi interamente intrise d’invenzione, ma è invece probabile che riportassero descrizioni reali di luoghi, avvenimenti, battaglie, rituali, così come hanno dimostrato le scoperte di Schliemann e come dimostrano ancora le ricerche di diversi studiosi su altri luoghi mitici narrati dalle più grandi opere antiche, come l’Atlantide di Platone (descritta nei dialoghi “Timeo” e “Crizia”), il Giardino dell’Eden (citato nella Bibbia e nella mitologia sumera) e l’Oltretomba, descritto da Omero, da Virgilio, fino ad arrivare a Dante con la Divina Commedia.

Certamente, questi tenebrosi e seducenti racconti sulla vita, sulla morte, sulla magia e sull’aldilà, che si trovano con descrizioni simili in tutti i popoli e le culture del mondo antico, hanno influenzato le successive narrazioni moderne (Necronomicon, Faust, Grimori e Clavicole Medievali ), ed è proprio in questi ancestrali ricordi oscuri, divenuti poi cupe narrazioni, che forse sono racchiusi i segreti per comprendere i più grandi misteri dell’umanità.

Katia Celestini

Copyright © 2013 Katia Celestini. Tutti i diritti riservati

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